L’UNICO DIO CH’IO ADORO

13 08 2006

Waad è morta cinque giorni prima di Uri, avvolta da una mano che non può essere pietosa perché è la mano di un altro cadavere: quello di sua madre. Dobbiamo essere grati per averne almeno potuto sapere il nome e i giorni. Uri è morto ieri, e ci è noto per il fatto di essere quello del figlio dello scrittore David Grossmann. Pochi giorni, o poche ore, separano queste morti dall’inizio di una tregua che pare essere solo poco più che provvisoria. Dietro alle mani misericordiose del unico dio possibile, ossia un dio che si limita a esser tutte le preghiere e le benedizioni che si levano in memoria di figli tanto diversi di due terre così simili, sta l’abisso insondabile di ogni possibilità perduta, di ogni male e ogni bene che Waad e Uri più non potranno essere o avere, mai più . L’unico dio ch’io adoro piange e sa l’amaro di quelle lacrime, più salate del Mare Morto, più brucianti della Gehenna. L’unico dio ch’io adoro non fa differenze tra chi muore e chi vive, tra come muore e come vive. L’unico dio ch’io adoro è fragile e impotente, non è il dio d’Abramo, né quello degli eserciti, né tantomeno un raggiante Pantokrator. Proprio perché non fa differenze fra Waad e Uri questo mio povero dio assomiglia molto più a Waad che a Uri, non me ne voglia troppo – ne ha già ben donde per mille altri motivi – chi me ne vorrà per queste mie parole.


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